Eden salon | ambiguità 2
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2032
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AMBIGUITA’

II

La mia serata era iniziata molto prima di tutti gli avventori.
Diligentemente avevo tagliato limoni, lime e arance mettendo le varie fettine in diversi tupperware, con dovizia ossessivo-compulsiva, in modo tale da confondersi più avanti nella serata.
Pulii le saliere e le riempii, lucidai il balcone di acciaio e gli specchi posti dietro alle file ordinate di super alcolici.
Di là dal mio piccolo mondo, sul dancefloor, il proprietario confabulava con i vari tecnici, come al solito qualche vecchio faro dava problemi, di tanto in tanto s’interrompeva per dare indicazioni su come appendere le decorazioni.
Mancava poco prima che la condensa emanata dai corpi avrebbe invaso tutto, dimezzando, insieme all’oscurità, lo spazio che ora denunciava le fattezze di un magazzino vuoto.
Per ammazzare l’attesa si parlava di ciance tra colleghi, punzecchiandoci a vicenda. Sui loro visi si alternavano occhiaie scavate e borse gonfie e arrossate. Non avevano quel fascino da personaggio della notte o da eroe del party.
Erano persone semplici, giovani adulti dalla vita comune: chi studiava, chi cercava di capire cosa fare del futuro e chi viveva in loculi piccolissimi.
Eppure eravamo noi a rendere reale attraverso miscele di benzina e orgasmi la musica, a far agitare quei culetti secchi e inibiti.
Dio benedica l’alcol e la figura sottopagata dei bartender.Credo fosse intorno all’una, qualcuno già trascinava gli arti in pista pensando di essere una medusa
provocante quando entrò l’imperatrice.
Mentalmente, la chiamavo così perché nonostante venisse sempre da sola, conosceva tutti, pure dj che venivano dall’estero.
Aveva quell’andamento fiero, la cura nello scegliere l’abbigliamento, al limite tra il trasandato e sartoriale e gli immancabili anfibi a metà polpaccio.
La sicurezza e padronanza di sé che emanava la faceva svettare tra gli altri frequentatori, creando un magnetismo attorno, quasi fosse l’aurea di un santo.
Una piccola folla variopinta incominciava a spingere e a pressare per essere servita.
Dietro di loro passò spedita una cometa rossa che si andò a schiantare su quello che noi dello staff avevamo chiamato Romeo: ogni ragazza che andava incontro al suo petto, si gettava volontariamente nel suicidio della propria emotività.
Non la invidiavo quella massa.
Cercavano un diversivo alla loro tristezza esistenziale.
Ed io lo fornivo, mentre giudicavo e complottavo come un dio estremamente narciso.
Entrò una ragazzetta piccoletta e spaesata, sembrava tanto Alice Nel Paese Delle Droghe Ricreative, oppure una butch anoressica che si era calata un acido.
Si appollaiò su una delle sedute lungo il balcone, incurante del vociare, dei gomiti e del continuo sfregarsi di corpi.
I capelli scuri portati con un taglio maschile e la salopette che copriva il corpo ossuto, le donavano l’aria e la dolcezza di uno scolaretto. In contrasto, il guizzo negli occhi e la civetteria nelle parole, davano quel tocco di donna acerba.
Di certo un mix interessante.
Da lontano l’imperatrice aveva già deciso e fissava la sua preda, come una fiera nascosta nei quadri di Rousseau.
I sottili nastri in raso della gelosia si strinsero attorno alla mia gola e al mio cuore.
Non solo ero una divinità istrionica e narcisa della notte, ma anche onnisciente e purtroppo invisibile alle passioni dei mortali.
Osservavo nel tran-tran di bicchieri vuoti e pieni, come Alice aveva fiutato il pericolo e ne era attratta.
Me lo aspettavo ma, il suo allontanarsi lasciò una nota fuori posto per tutta la serata.
Mi buttai a letto che era ormai mattina e arrivò una sberla emotiva a distendermi: ero invidiosa e furiosa, perché non avevo abbastanza vita da brillare come una pietra preziosa. Essere desiderabile perché c’era quella fiamma che rende unica una persona.
Invece ero un sasso mediocre, con le gambe gonfie e annientate dal lavoro.

AMBIGUITA’

La mia serata era iniziata molto prima di tutti gli avventori.
Diligentemente avevo tagliato limoni, lime e arance mettendo le varie fettine in diversi tupperware, con dovizia ossessivo-compulsiva, in modo tale da confondersi più avanti nella serata.
Pulii le saliere e le riempii, lucidai il balcone di acciaio e gli specchi posti dietro alle file ordinate di super alcolici.
Di là dal mio piccolo mondo, sul dancefloor, il proprietario confabulava con i vari tecnici, come al solito qualche vecchio faro dava problemi, di tanto in tanto s’interrompeva per dare indicazioni su come appendere le decorazioni.
Mancava poco prima che la condensa emanata dai corpi avrebbe invaso tutto, dimezzando, insieme all’oscurità, lo spazio che ora denunciava le fattezze di un magazzino vuoto.
Per ammazzare l’attesa si parlava di ciance tra colleghi, punzecchiandoci a vicenda. Sui loro visi si alternavano occhiaie scavate e borse gonfie e arrossate. Non avevano quel fascino da personaggio della notte o da eroe del party.
Erano persone semplici, giovani adulti dalla vita comune: chi studiava, chi cercava di capire cosa fare del futuro e chi viveva in loculi piccolissimi.
Eppure eravamo noi a rendere reale attraverso miscele di benzina e orgasmi la musica, a far agitare quei culetti secchi e inibiti.
Dio benedica l’alcol e la figura sottopagata dei bartender.

Credo fosse intorno all’una, qualcuno già trascinava gli arti in pista pensando di essere una medusa provocante quando entrò l’imperatrice.
Mentalmente, la chiamavo così perché nonostante venisse sempre da sola, conosceva tutti, pure dj che venivano dall’estero.
Aveva quell’andamento fiero, la cura nello scegliere l’abbigliamento, al limite tra il trasandato e sartoriale e gli immancabili anfibi a metà polpaccio.
La sicurezza e padronanza di sé che emanava la faceva svettare tra gli altri frequentatori, creando un magnetismo attorno, quasi fosse l’aurea di un santo.
Una piccola folla variopinta incominciava a spingere e a pressare per essere servita.
Dietro di loro passò spedita una cometa rossa che si andò a schiantare su quello che noi dello staff avevamo chiamato Romeo: ogni ragazza che andava incontro al suo petto, si gettava volontariamente nel suicidio della propria emotività.
Non la invidiavo quella massa.
Cercavano un diversivo alla loro tristezza esistenziale.
Ed io lo fornivo, mentre giudicavo e complottavo come un dio estremamente narciso.
Entrò una ragazzetta piccoletta e spaesata, sembrava tanto Alice Nel Paese Delle Droghe Ricreative, oppure una butch anoressica che si era calata un acido.
Si appollaiò su una delle sedute lungo il balcone, incurante del vociare, dei gomiti e del continuo sfregarsi di corpi.
I capelli scuri portati con un taglio maschile e la salopette che copriva il corpo ossuto, le donavano l’aria e la dolcezza di uno scolaretto. In contrasto, il guizzo negli occhi e la civetteria nelle parole, davano quel tocco di donna acerba.
Di certo un mix interessante.
Da lontano l’imperatrice aveva già deciso e fissava la sua preda, come una fiera nascosta nei quadri di Rousseau.
I sottili nastri in raso della gelosia si strinsero attorno alla mia gola e al mio cuore.
Non solo ero una divinità istrionica e narcisa della notte, ma anche onnisciente e purtroppo invisibile alle passioni dei mortali.
Osservavo nel tran-tran di bicchieri vuoti e pieni, come Alice aveva fiutato il pericolo e ne era attratta.
Me lo aspettavo ma, il suo allontanarsi lasciò una nota fuori posto per tutta la serata.
Mi buttai a letto che era ormai mattina e arrivò una sberla emotiva a distendermi: ero invidiosa e furiosa, perché non avevo abbastanza vita da brillare come una pietra preziosa. Essere desiderabile perché c’era quella fiamma che rende unica una persona.
Invece ero un sasso mediocre, con le gambe gonfie e annientate dal lavoro.