Eden salon | ambiguità 3
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2034
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AMBIGUITA’

III

Trovavo piacere nell’essere immersi da un brulicare di voci e di persone.Provavo una tranquillità familiare in quell’entropia umana, soprattutto dopo una giornata di lavoro, lontana da quei finiti rapporti formali, da quella freddezza e paura di essere accoltellati alle spalle da un momento all’altro.
Per una strana combinazione di eventi, in città ero conosciuta in tutti i luoghi di aggregazione sociale, potevo così semplicemente uscire e vedere come sarebbe andata la serata, intuendo a priori che mi sarei comunque divertita.
Lasciai l’appartamento alle spalle, alla volta della notte, con mezzo pacchetto di sigarette e i miei fidati anfibi.
Singolare tensione elettrica quella che formano i corpi: bastava un respiro, uno sguardo, anche se non veniva intercettato da un bravo esploratore, modificava in maniera permanente l’aria di un posto.
Così era successo con la ragazzina, anche se avevamo solo qualche mese di differenza.
La incontrai in un posto come un altro, in questa città annoiata. Era singolare, nella sua salopette sbadatamente larga per un corpicino esile.
Una scolaretta persa tra lupi ubriachi, potevo essere un utile maestra nel mostrare come si vive da soli la notte.
Mi grattavo la testa, fissandola, indecisa sul da farsi ma, ben presto un’orda di conoscenti mi fecero scivolare dalla mente i buoni propositi di farmi avanti.
Eppure i miei occhi rimanevano incollati alla sua nuca, in quel fluttuare a mezz’aria di polsi e dita, l’ondeggiare fuori tempo delle anche e delle ginocchia.
La tempesta d’ipotesi andava sedimentandosi, avevo già capito tutto e sapevo già come muovermi.
Per niente al mondo mi sarei scomodata subito, bruciandomi con un approccio sbagliato.
La sua bellezza cancellava tutto ciò che era attorno, distraendomi al punto di accendere una sigaretta all’interno della discoteca. Fortunatamente i bodyguard si erano intrattenuti vicino ai cubi, non lasciandosi perdere neanche un lievissimo sussulto delle ballerine. Dunque non avrebbero attaccato briga per scema come me.
I colpi di strobo la illuminavano con pennellate violente, misurando il tempo della crescita esponenziale della mia bramosia.
Velatamente la pedinai fuori.
L’innocenza sul suo viso da maschiaccio mi colpì in pieno.
Scrissi il mio numero su un biglietto dell’autobus e le sfiorai il collo con le mie labbra.
Portava uno di quei profumi dozzinali dal nome di un grosso marchio ma, la sua pelle aveva un odore etereo.
La lascia andare nella notte, per poi ritrovarla al mattino a pochi centimetri da un bacio del buongiorno.

AMBIGUITA’

Trovavo piacere nell’essere immersi da un brulicare di voci e di persone.

Provavo una tranquillità familiare in quell’entropia umana, soprattutto dopo una giornata di lavoro, lontana da quei finiti rapporti formali, da quella freddezza e paura di essere accoltellati alle spalle da un momento all’altro.
Per una strana combinazione di eventi, in città ero conosciuta in tutti i luoghi di aggregazione sociale, potevo così semplicemente uscire e vedere come sarebbe andata la serata, intuendo a priori che mi sarei comunque divertita.
Lasciai l’appartamento alle spalle, alla volta della notte, con mezzo pacchetto di sigarette e i miei fidati anfibi.
Singolare tensione elettrica quella che formano i corpi: bastava un respiro, uno sguardo, anche se non veniva intercettato da un bravo esploratore, modificava in maniera permanente l’aria di un posto.
Così era successo con la ragazzina, anche se avevamo solo qualche mese di differenza.
La incontrai in un posto come un altro, in questa città annoiata. Era singolare, nella sua salopette sbadatamente larga per un corpicino esile.
Una scolaretta persa tra lupi ubriachi, potevo essere un utile maestra nel mostrare come si vive da soli la notte.
Mi grattavo la testa, fissandola, indecisa sul da farsi ma, ben presto un’orda di conoscenti mi fecero scivolare dalla mente i buoni propositi di farmi avanti.
Eppure i miei occhi rimanevano incollati alla sua nuca, in quel fluttuare a mezz’aria di polsi e dita, l’ondeggiare fuori tempo delle anche e delle ginocchia.
La tempesta d’ipotesi andava sedimentandosi, avevo già capito tutto e sapevo già come muovermi.
Per niente al mondo mi sarei scomodata subito, bruciandomi con un approccio sbagliato.
La sua bellezza cancellava tutto ciò che era attorno, distraendomi al punto di accendere una sigaretta all’interno della discoteca. Fortunatamente i bodyguard si erano intrattenuti vicino ai cubi, non lasciandosi perdere neanche un lievissimo sussulto delle ballerine. Dunque non avrebbero attaccato briga per scema come me.
I colpi di strobo la illuminavano con pennellate violente, misurando il tempo della crescita esponenziale della mia bramosia.
Velatamente la pedinai fuori.
L’innocenza sul suo viso da maschiaccio mi colpì in pieno.
Scrissi il mio numero su un biglietto dell’autobus e le sfiorai il collo con le mie labbra.
Portava uno di quei profumi dozzinali dal nome di un grosso marchio ma, la sua pelle aveva un odore etereo.
La lascia andare nella notte, per poi ritrovarla al mattino a pochi centimetri da un bacio del buongiorno.