Eden salon | ambiguità
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2030
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AMBIGUITA’

I

Mi sentivo sfacciatamente coraggiosa nell’andare da sola in discoteca. Non era nulla di che come posto ma, con la mia solitudine, sembrava di essere sbarcati sulla luna.
Orgogliosa camminavo verso l’ingresso, godendo ogni percezione che mi arrivava dal mondo esterno: ero riuscita a svincolarmi da tutte le amicizie di appoggio, comode quanto dannose, e smetterla definitivamente di essere accompagnata in giro da qualcuno di sesso maschile, data la paura di essere aggredita.
Tutto era nuovo, il mondo attorno sembrava un curioso documentario della BBC: notavo comportamenti buffi e le costrizioni delle convenzioni sociali.
I suoni e i colori mi travolgevano in flussi continui di onde esperienziali, ogni voce era associata a un viso, ogni rumore a un’azione. Avrei potuto isolare anche il soffio di ogni singolo respiro, staccandolo dai ritmi stockhauseniani della musica urlata dalle casse vicino al dj.
Scelsi di schiantarmi sulle sedute alte lungo il bancone del bar, in modo tale che il continuo via vai mi coprisse, evitandomi l’imbarazzo di occhiate incuriosite dal mio essere da sola.
Inoltre potevo continuare a osservare con tranquillità gli avventori in sala e le interazioni di quelli già alticci mentre chiedevano ordinazioni di drink sofisticati a baristi irritati.
Che creature stupende i giovani adulti: corpi eleganti che sbocciano e gridano al mondo la loro caduca grazia, rinchiusi in vestiti alla moda, la chioma sudata e incollata alla fronte dai continui movimenti convulsi e i neuroni bruciati dall’uso di droghe ricreative.
Sorseggiavo con lentezza i drink, trovando scuse per parlare civettuola con lo staff dietro al bancone, finché un brivido lungo la schiena mi rizzò i capelli sulla nuca.
Istintivamente mi girai di scatto.
Una persona seduta sui divani dal lato opposto del locale mi stava fissando.
Non riuscivo a identificare chi fosse, neppure a capirne il sesso.
Senza pensarci troppo, pagai, preso il bicchiere di gin fizz e gradualmente mi mescolavo nella folla, cercando di avvicinarmi senza dare troppo nell’occhio.
Ero un pesce che aveva abboccato l’amo ed era trascinato dalla lenza nelle mani esperte del pescatore.
Ogni piccolo movimento era captato da quelle pupille che vibravano e si dilatavano nell’accogliermi in quell’affascinante mistero.
Tirai fuori il cellulare dalla salopette per vedere l’ora, in fondo ero già stata fuori abbastanza, era ora di prendere un Uber e tornare a casa.
Uscita dalla bolgia danzante, osservavo come l’umidità della notte rendeva più interessante le superfici che durante il giorno rimanevano anonime.
Qualcosa mi sfiorò il braccio.
La figura androgina mi aveva seguito.
All’interno, tra la calca e la semi-oscurità sembrava un ragazzo, mentre ora, all’aria aperta, la pelle tenera e liscia insieme alle labbra carnose davano un’impressione più femminile e sensuale.La luce dei lampioni delineava un contorno dorato nei capelli rasati, qualche ciuffo sembrava essere sfuggito al rasoio.
“Ti ho visto prima”
Mi aveva parlato, non potevo crederci, il cervello e il cuore mi precipitarono in fondo allo stomaco.
Era una ragazza.
Scarabocchiò il suo numero su un biglietto dell’autobus.
“Immagino tu stia andando a casa, quindi ecco, tieni, mi farebbe piacere scambiare due chiacchere con te. Hai un visetto interessante”
Sorrise porgendomi il pezzetto di carta stropicciata e nel mentre mi accingevo a prenderlo, mi afferrò il polso attirandomi verso di lei.
Ero completamente lucida e allo stesso tempo in preda al panico.
Mi diede un bacio sul collo, appena dietro l’orecchio.
Un atto così lieve e allo stesso tempo così importante per il mio essere, uno schiaffo che fece vacillare il modo in cui vedevo il mondo.
Ero così convinta della mia eterosessualità, ma era solo una visione imposta dalla mia paura.

IL TRADIMENTO

Mi sentivo sfacciatamente coraggiosa nell’andare da sola in discoteca. Non era nulla di che come posto ma, con la mia solitudine, sembrava di essere sbarcati sulla luna.
Orgogliosa camminavo verso l’ingresso, godendo ogni percezione che mi arrivava dal mondo esterno: ero riuscita a svincolarmi da tutte le amicizie di appoggio, comode quanto dannose, e smetterla definitivamente di essere accompagnata in giro da qualcuno di sesso maschile, data la paura di essere aggredita.
Tutto era nuovo, il mondo attorno sembrava un curioso documentario della BBC: notavo comportamenti buffi e le costrizioni delle convenzioni sociali.
I suoni e i colori mi travolgevano in flussi continui di onde esperienziali, ogni voce era associata a un viso, ogni rumore a un’azione. Avrei potuto isolare anche il soffio di ogni singolo respiro,
staccandolo dai ritmi stockhauseniani della musica urlata dalle casse vicino al dj.
Scelsi di schiantarmi sulle sedute alte lungo il bancone del bar, in modo tale che il continuo via vai mi coprisse, evitandomi l’imbarazzo di occhiate incuriosite dal mio essere da sola.
Inoltre potevo continuare a osservare con tranquillità gli avventori in sala e le interazioni di quelli già alticci mentre chiedevano ordinazioni di drink sofisticati a baristi irritati.
Che creature stupende i giovani adulti: corpi eleganti che sbocciano e gridano al mondo la loro caduca grazia, rinchiusi in vestiti alla moda, la chioma sudata e incollata alla fronte dai continui movimenti convulsi e i neuroni bruciati dall’uso di droghe ricreative.
Sorseggiavo con lentezza i drink, trovando scuse per parlare civettuola con lo staff dietro al bancone, finché un brivido lungo la schiena mi rizzò i capelli sulla nuca.
Istintivamente mi girai di scatto.
Una persona seduta sui divani dal lato opposto del locale mi stava fissando.
Non riuscivo a identificare chi fosse, neppure a capirne il sesso.
Senza pensarci troppo, pagai, preso il bicchiere di gin fizz e gradualmente mi mescolavo nella folla, cercando di avvicinarmi senza dare troppo nell’occhio.
Ero un pesce che aveva abboccato l’amo ed era trascinato dalla lenza nelle mani esperte del pescatore.
Ogni piccolo movimento era captato da quelle pupille che vibravano e si dilatavano nell’accogliermi in quell’affascinante mistero.
Tirai fuori il cellulare dalla salopette per vedere l’ora, in fondo ero già stata fuori abbastanza, era ora di prendere un Uber e tornare a casa.
Uscita dalla bolgia danzante, osservavo come l’umidità della notte rendeva più interessante le superfici che durante il giorno rimanevano anonime.
Qualcosa mi sfiorò il braccio.
La figura androgina mi aveva seguito.
All’interno, tra la calca e la semi-oscurità sembrava un ragazzo, mentre ora, all’aria aperta, la pelle tenera e liscia insieme alle labbra carnose davano un’impressione più femminile e sensuale.

La luce dei lampioni delineava un contorno dorato nei capelli rasati, qualche ciuffo sembrava essere sfuggito al rasoio.
“Ti ho visto prima”
Mi aveva parlato, non potevo crederci, il cervello e il cuore mi precipitarono in fondo allo stomaco.
Era una ragazza.
Scarabocchiò il suo numero su un biglietto dell’autobus.
“Immagino tu stia andando a casa, quindi ecco, tieni, mi farebbe piacere scambiare due chiacchere con te. Hai un visetto interessante”
Sorrise porgendomi il pezzetto di carta stropicciata e nel mentre mi accingevo a prenderlo, mi afferrò il polso attirandomi verso di lei.
Ero completamente lucida e allo stesso tempo in preda al panico.
Mi diede un bacio sul collo, appena dietro l’orecchio.
Un atto così lieve e allo stesso tempo così importante per il mio essere, uno schiaffo che fece vacillare il modo in cui vedevo il mondo.
Ero così convinta della mia eterosessualità, ma era solo una visione imposta dalla mia paura.