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IL TRADIMENTO

I

Mi è sempre sfuggito come, attraverso un semplice sorriso, certe persone ti fiondano nell’iperuranio per poi mollarti e farti cadere sulla dura realtà. Come ci sono finito io, frattaglie di un Icaro emotivo.
Vorrei avere per un giorno quel super potere di trasformare le persone in budini irrazionali.
Mi aveva abbandonato per il fantasma della mia gelosia.
Una mia paura fatta di labbra, orgasmi e rabbia.
La conferma arrivò al solito club.
I soffitti bassi trasudavano musica orrenda, vestiti volgari e l’aspro odore dei gin tonic presagiva lunghi abbracci al cesso.
Per rendere le cose più allegre mi abbandonai alle caramelline chimiche accompagnate da un sorso di ansia di restarci secco.
E arrivò un vento termonucleare di ossitocina a sbriciolare via ogni mia resistenza razionale.
Le mie sinapsi si muovevano lente come il ticchettio dei suoi tacchi sul pavimento sudicio.
La scossa si propagava dalle caviglie, attraversando quelle cosce cui ero ormai abituato tuffarmi, per poi esplodere nelle curve dei suoi fianchi.
La sua bellezza mi distraeva da tutto, facendomi dimenticare della botta che mi stava salendo e del tempo-spazio attorno a me.
Le rose tatuate in mezzo ai suoi seni si allontanavano, mentre entravo nella deriva del buio.
Non si era nemmeno accorta di me.
La sua indifferenza mi traghettava nella corrente marcia dell’autocritica. Quei pochi passi mi avevano fatto intuire che forse il rapporto affettivo che stavo vivendo al suo fianco era solo nella mia testa, non esisteva.
Il coltello scintillante dei suoi occhi feriva l’aria pregna di corpi danzerecci e di ormoni, conficcandosi nelle mie pupille.
E accadde.
Si avvicinò a quello che sembrava un efebo con le palle lisce.
Ciocche bionde, labbra serafine che lottavano morbosamente con le protuberanze carnose di quella che per me era tutto, almeno fino quel momento.
Un istante.
Un rigurgito rabbioso contrastava il rumore secco della mano altrui che percuoteva la guancia dell’anima, mentre porgevo l’altra ad uno schiaffo all’orgoglio.
A ben vedere, erano mani di donna, mani di menefreghismo.
Sbattei un po’ di volte le palpebre.
In fondo non faceva poi così tanto male, ero libero da ogni cazzata, single, incazzato e sessualmente represso.
Il cuore inevitabilmente spezzato.
Ma, alla fine del dolore, c’è sempre un sottile velo di piacere.
La soddisfazione di vendicarsi della propria ingenuità spargendo il proprio seme sul corpo di altre donne.
Devo ammettere però, quest’ultime, sempre dozzinali, perché al confronto, lei era una bomba atomica.
IL TRADIMENTO

Mi è sempre sfuggito come, attraverso un semplice sorriso, certe persone ti fiondano nell’iperuranio per poi mollarti e farti cadere sulla dura realtà. Come ci sono finito io, frattaglie di un Icaro emotivo.
Vorrei avere per un giorno quel super potere di trasformare le persone in budini irrazionali.
Mi aveva abbandonato per il fantasma della mia gelosia.
Una mia paura fatta di labbra, orgasmi e rabbia.
La conferma arrivò al solito club.
I soffitti bassi trasudavano musica orrenda, vestiti volgari e l’aspro odore dei gin tonic presagiva lunghi abbracci al cesso.
Per rendere le cose più allegre mi abbandonai alle caramelline chimiche accompagnate da un sorso di ansia di restarci secco.
E arrivò un vento termonucleare di ossitocina a sbriciolare via ogni mia resistenza razionale.
Le mie sinapsi si muovevano lente come il ticchettio dei suoi tacchi sul pavimento sudicio.
La scossa si propagava dalle caviglie, attraversando quelle cosce cui ero ormai abituato tuffarmi, per poi esplodere nelle curve dei suoi fianchi.
La sua bellezza mi distraeva da tutto, facendomi dimenticare della botta che mi stava salendo e del tempo-spazio attorno a me.
Le rose tatuate in mezzo ai suoi seni si allontanavano, mentre entravo nella deriva del buio.
Non si era nemmeno accorta di me.
La sua indifferenza mi traghettava nella corrente marcia dell’autocritica. Quei pochi passi mi avevano fatto intuire che forse il rapporto affettivo che stavo vivendo al suo fianco era solo nella mia testa, non esisteva.
Il coltello scintillante dei suoi occhi feriva l’aria pregna di corpi danzerecci e di ormoni, conficcandosi nelle mie pupille.
E accadde.
Si avvicinò a quello che sembrava un efebo con le palle lisce.
Ciocche bionde, labbra serafine che lottavano morbosamente con le protuberanze carnose di quella che per me era tutto, almeno fino quel momento.
Un istante.
Un rigurgito rabbioso contrastava il rumore secco della mano altrui che percuoteva la guancia dell’anima, mentre porgevo l’altra ad uno schiaffo all’orgoglio.
A ben vedere, erano mani di donna, mani di menefreghismo.
Sbattei un po’ di volte le palpebre.
In fondo non faceva poi così tanto male, ero libero da ogni cazzata, single, incazzato e sessualmente represso.
Il cuore inevitabilmente spezzato.
Ma, alla fine del dolore, c’è sempre un sottile velo di piacere.
La soddisfazione di vendicarsi della propria ingenuità spargendo il proprio seme sul corpo di altre donne.
Devo ammettere però, quest’ultime, sempre dozzinali, perché al confronto, lei era una bomba atomica.